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‘Pazzi’ per i numeri 25 gennaio 2010

Posted by Alessandra in Uncategorized.
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Il cervello di Albert Einstein non era un cervello normale. Avena una piccola variante nella carrozzeria, come i deflettori delle Ferrari: un grumo di cellule non conforme ai regolamenti piazzato in una zona strategica, il lobo parietale sinistro. Guarda caso, proprio la zona preposta alle funzioni matematiche.

E’ questo «bernoccolo» segreto che ha fatto di «lui un grande scienziato? Brian Butterworth, autore di Intelligenza matematica (Rizzoli), scuote la testa: «Non lo sappiamo. Einstein potrebbe essere nato con quelle cellule in più, oppure potrebbe averle acquisite con l’esercizio. Forse le capacità numeriche sono la causa, anziché la conseguenza, del maggior numero di neuroni. In questo senso, il cervello non molto diverso dai muscoli: se fai certi movimenti o certi sport, la muscolatura interessata si sviluppa di più».

Il professor Butterworth ha cinquantacinque anni, due figlie e due gatti, e insegna neuropsicologia cognitiva all’University College di Londra. Il suo interesse per il mondo dei numeri risale agli anni del college e all’incontro con la moglie, che allora studiava filosofia della matematica. Ma tornato prepotentemente a galla una decina di anni fa, quando il clinico inglese si trovato alle prese con pazienti un po’ particolari. «La loro memoria era normale – racconta -, il linguaggio pure, ma non riuscivano a contare. Da ciò abbiamo dedotto che esista un’area del cervello specializzata per i numeri. Quello che io chiamo “Modulo Numerico”. In passato, questa funzione non era stata molto approfondita: l’attenzione dei neurologi si era concentrata piuttosto su altri aspetti, come la memoria, il linguaggio, la coscienza. Non avevano capito quanto questa area fosse importante. Se il Modulo non funziona a dovere, il soggetto gravemente svantaggiato nella vita di tutti i giorni. Trova difficile o imbarazzante andare a fare la spesa, a volte non ricorda l’indirizzo di casa, il numero di telefono, la propria età». Un tempo si pensava che capacità linguistiche e numeriche andassero di pari passo, che «dislessia» e «discalcolìa», fossero due facce di una sola patologia: le due zone interessate sono contigue e vengono alimentate dagli stessi vasi sanguigni, sicché una lesione in quella parte del cervello compromette molto spesso entrambe le facoltà. Ma non sempre.

Casi psichiatrici a parte, continua Butterworth, una cosa sicura: «Siamo nati per contare. Abbiamo dei circuiti incorporati che ci permettono di classificare il mondo in termini numerici. Perfino i neonati percepiscono il numero delle cose. L’ho sperimentato io stesso su mia figlia, quando era ancora in fasce». Ma allora perché certe persone, anche in età adulta, detestano la matematica, e non riescono mai a padroneggiarla? «Le ragioni possono essere due: la prima che abbiano avuto dei cattivi insegnanti, o che non siano cresciute in un ambiente sociale favorevole all’apprendimento. L’altra ragione il linguaggio. Certe lingue, come l’inglese o l’italiano, hanno una terminologia molto irregolare per i numeri. Fino a dieci tutto fila liscio. Ma dopo cominciano gli undici, i dodici, i tredici, e ogni decina successiva ha un nome diverso: venti, trenta, quaranta … In cinese o in giapponese, invece, dopo if dieci si conta dieci-uno, dieci-due, dieci-tre. Venti due-dieci, trenta tre-dieci, e avanti così. Insomma tutto più semplice e trasparente. Basta imparare qualche regoletta, e i numeri camminano da soli. Quando arrivano a scuola, i bambini in pratica sanno già contare». Ecco perché, nelle facoltà scientifiche americane, gli studenti di origine asiatica sbaragliano tutti.

Gli occidentali sono mediamente meno brillanti. Eppure, negli ambienti intellettuali, questo non considerato un grave handicap. Molti si vantano addirittura di avere poca dimestichezza con l’algebra e la geometria, quasi fosse e un segno di distinzione. «Scrivere male, o sgrammaticato, quella sì una pecca imperdonabile. Fare i conti una mansione meno elevata, che si può tranquillamente delegare a qualche subordinato, o a una macchina. Chris Woodhead, ispettore capo delle scuole britanniche, non fa che stigmatizzare Ia mediocrità dei nostri insegnanti. Bene, un intervistatore, giorni fa, gli ha chiesto a bruciapelo: quant’ la metà di tre quarti? La risposta 37.5%, ma lui non stato in grado di dirlo. In seguito, un portavoce lo ha giustificato ricordando che un esperto di inglese, non di aritmetica. Quasi che per calcolare la metà di tre quarti ci volesse una laurea in matematica. Gente come Woodhead andrebbe solo compatita, non condannata».

Evidentemente il suo Modulo Numerico non stato esercitato abbastanza, si come atrofizzato. E questo un problema comune a tanta gente. Per diventare bravi con i numeri – dice Butterworth – bisogna immergervisi. Purtroppo non sempre i professori sono dotati di quella che lui definisce «la mano del tintore». Due sono le leve sulle quali occorre agire: primo, rendere la matematica più, comprensibile. La comprensione la chiave del successo, e la mancata comprensione porta all’«ansia da numeri». Ma la matematica deve soprattutto essere un piacere, un gioco, come già insegnava Lewis Carroll alla sua Alice. In Inghilterra circola questa storiella. Un avvocato, un artista e un matematico discutono se sia meglio avere una moglie o un’amante. L’avvocato dice: la moglie, perché non ti procura dei grattacapi legali. L’artista sceglie l’amante, che rappresenta la libertà. E il matematico? «Dovreste averle entrambe – dice – così, quando ognuna delle due pensa che siete con l’altra, potete farvi un po’ di equazioni in santa pace».

Ma anche per chi ai numeri, saggiamente, preferisce l’amante, la matematica non deve diventare una tortura. Dice Butterworth: «Ci sono mille modi – giochi, puzzle, indovinelli per rendere divertente questa materia. Sono sicuro che se li adoperassimo più spesso, i ragazzi farebbero molta meno fatica a imparare».

Rimane il problema di chi proprio non ce la fa perché affetto da «discalcolìa evolutiva». Come Charles, il caso clinico più incredibile che il dottor Butterworth abbia mai dovuto affrontare. A trentun anni, Charles usa le dita per fare somme e moltiplicazioni, e quando gli si chiede se 9 più grande di 1, deve pensarci su un po’. Stenta perfino a contare dei punti messi in fila, un esercizio banalissimo. alla portata dei lattanti. Eppure intelligente, istruito (ha una laurea in psicologia), controlla bene il vocabolario. Evidentemente, qualcosa non va nel suo cervello. Ma che cosa? «Ci sono due possibilità – dice Butterworth -. La prima che nell’infanzia abbia subìto un danno cerebrale. La seconda (ma soltanto un’ipotesi), che sia affetto da un’anomalia genetica. Se i nostri geni contengono istruzioni per costruire ogni singola area del cervello, i geni di Charles forse non contenevano le istruzioni corrette, per cui questa parte del suo cervello non mai stata configurata».

Per disturbi come quello di Charles, anche se si presentano in forma più lieve, al momento non esistono farmaci o terapie. Butterworth confida nella ricerca sul genoma umano. «Quando avremo trovato i geni che determinano l’abilità numerica, potremo mettere a punto dei test per diagnosticare i bambini a rischio e possibilmente curarli per tempo. Non si tratta di farli diventare tutti degli Einstein, ma di risparmiare loro delle orribili esperienze sui banchi di scuola. Perché oggi i ragazzi affetti da discalcolìa, a differenza dei dislessici, vengono giudicati semplicemente svogliati o stupidi. E non c’ nessuno che li aiuti».

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1. Alessandra - 25 gennaio 2010

BIBLIOGRAFIA:

– “Corriere della sera” – 25/10/1999 – Matematica: Pazzi per i numeri (di Riccardo Chiaberge) – Manie Saggi e romanzi sulla passione per l’algebra. Mentre il neuripsicologo Brian Butterworth spiega come sviluppare il bernoccolo della logica.


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